DOLORE INVISIBILE

C hi è mio padre? Una domanda a cui forse nessun figlio riesce a rispondere. Mio padre è l’uomo forte e coraggioso che ho costruito nella mente durante l’infanzia o quel rompiscatole che mi ha perseguitata con i suoi rimproveri in adolescenza o l’uomo melanconico che parla con nostalgia della sua giovinezza?
In Brama ho scritto di un padre psichiatra e di un grande conflitto ma tra noi c’è sempre stata anche grandissima stima. Il suo lavoro di psichiatra aveva per me un’aura magica, da piccola pensavo che facesse lo stregone o qualcosa del genere. Che lavoro fai, papà? Mi occupo della mente delle persone.
Un mistero per me bambina capire come fosse possibile rimettere a posto un cervello. Ma una mente non è un cervello, diceva lui. E che cos’è? E’ la psiche, quello che in antichità coincideva con l’anima.
Abitavamo a Canosa di Puglia, andavo alle elementari, mio padre a volte tornava con i regali dei pazienti, tipo uova fresche delle galline di una donna con disturbo bipolare, e mia madre gli diceva sospettosa: Pino, siamo sicuri di queste uova? Bibiana, diceva lui, io galline bipolari non ne ho mai viste.
Uova, olio, a volte olive, uva, taralli. Arrivava un po’ di tutto, per lo più pietanze fresche, buonissime.
Mio padre è ateo, mia madre agnostica, io per ragioni che devo ancora sviscerare andavo in chiesa, probabilmente era l’unico punto di aggregazione per noi bambini di via Caracciolo, non avevamo molto se non una chiesetta infilata dentro un garage e la campagna sconfinata, le case abbandonate, suggestioni di spettri e mostri d’infanzia. In chiesa mi chiedevano cosa facesse mio padre e io che non l’avevo capito proprio bene: dicevo che dava alla gente delle pozioni per guarire dalla tristezza. Il parroco disse che era molto coraggioso, mio padre, a lavorare con i matti. Perché coraggioso? Io pensavo ai pazienti come a dei benefattori, non sapevo nulla del dolore. Il parroco disse che il lavoro di mio padre era pericoloso perché non si sa mai cosa può passare nella testa di queste persone, potrebbero anche perdere del tutto il senno e fargli del male.
A casa domandai a mio padre se fosse pericoloso lavorare con i suoi pazienti, se qualcuno avesse mai provato a fargli del male. Chi ti ha messo in testa questa cosa?, disse lui. Esistono vari tipi di sofferenza, alcune sono molto evidenti, quando hai la tonsillite prendi l’antibiotico, per esempio; altre sono invisibili, il dolore della psiche è invisibile, le persone possono ingigantire un pensiero e finire per rovinarsi la vita e nessuno sa spiegarselo. A uno sguardo esterno possiamo definire queste persone pericolose perché non ne comprendiamo il comportamento ma questo sguardo giudicante è il vero pericolo perché blocca qualcosa che dovrebbe fluire.
Ha sempre parlato in modo complesso, mio padre, invitandomi a non accettare le definizioni date dall’esterno ma a guardare nel fondo delle cose per comprendere. Mi ci è voluta una grande crisi per capire fino in fondo questo suo lavoro e la linea di confine tra normalità e follia. C’è stato un capovolgimento quando mi sono trovata a soffrire moltissimo per motivi che non erano chiari neanche a me, un amore finito, gli amici che mi abbandonano, domandarmi cosa fare della mia vita con una laurea triennale in Filosofia e non trovare il coraggio di proseguire, restare immobile, impaurita ad aspettare che le cose si sbloccassero da sé. Ho dovuto esperire l’altra faccia della realtà per comprendere il dolore invisibile.
Cosa significa fragilità? Credevo fosse una condanna, quando mi sono ritrovata in quel limbo e nell’incapacità di venirne fuori, pensavo che tutti gli insegnamenti di mio padre fossero stati vani. Perché curare persone che non ce la faranno mai?, pensavo sentendomi compresa in quella porzione di mondo.
Quando ero bambina mio padre diceva che la diversità era importante e che nessuna cultura può dirsi tale se non in relazione alla sua capacità di comprensione delle diversità. Da adulta mi sono trovata a domandargli che cosa farebbe se scoprisse che adesso la diversa sono io. Non ha mai accettato questa versione delle cose, ha sempre minimizzato la mia diversità e probabilmente ha fatto bene.
Sai, Ilaria, mi ha detto un giorno che pensavo di non riuscire ad alzarmi dal letto, non esiste solo la medicina, qualunque cosa tu debba affrontare, anche la più cupa tristezza, tutto dipende dalla tua capacità interiore di accogliere questa fragilità. Questa fragilità è la tua più grande risorsa.
Non so se questa fragilità sia la mia più grande risorsa, di sicuro è una condizione che mi ha permesso di vedere il dolore invisibile, non solo dentro di me, e di dialogarci. Chi è mio padre? Ancora non so rispondere ma so che senza di lui non sarei stata la scrittrice che sono.
Ilaria Palomba
“Brama” è in libreria da oggi (Perrone editore)